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Shortly about us

Martiria is an epic/doom metal rock band formed back in the '80s and re-founded (after a long pause) in 2002. Five album published (last one R-Evolution, with ex Black Sabbath Vinny Appice - 2014).

The band was formed back in the '80s. At the beginning the band was very much oriented towards Doom/Metal sounds such as: early Candlemass and Black Sabbath. After releasing just a few demos and featuring various musicians, in 1998 the members of the group decide to take a break for a while in order to experience different projects. (continue)

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Reviews & Interviews
Reviews / Interviews

Album: R-Evolution ( 2014 )

INTERVIEW

Date: March '14
Author: Renato De Filippis
Vote: n/a
Language: Italian
Website: http://www.metalhead.it
Direct link: click here

“non ci saranno live se non ci sarà Vinny Appice!”

Con il quinto album, “R-Evolution”, i Martiria hanno dimostrato ancora una volta le proprie incredibili capacità musicali… stavolta è della partita anche Vinny Appice, storico drummer per Black Sabbath, Dio e Heaven and Hell. Con lui, il leader Andy Menario e il paroliere Marco R. Capelli discutiamo del disco, dei testi, e del mercato discografico, con alcune interessanti considerazioni (che a titolo personale condivido pienamente) sul disastro incontro al quale sta andando il mercato musicale metal.
Salve ragazzi, inizio con i miei complimenti per “R-Evolution”… un ottimo modo per festeggiare il decennale dalla pubblicazione di “Eternal Soul”! Come è stato possibile coinvolgere nel progetto Vinny Appice? E come è stato lavorare con lui?
Andy: Ciao Renato, innanzi tutto grazie per lo spazio che ci concedi ad ogni release. Bene, eravamo già in contatto con Vinny dall’esperienza con il Power Project, dove suonò alcuni brani nostri per una sorta di band di super stelle (c’erano anche Carlos Cavazo, Jeff Pilson e Carl Sentance). Per questo album che segna un anniversario importante, volevamo qualcosa di speciale, e lo stile di Vinny è formidabile, immediatamente riconoscibile…. ce ne sono pochi di batteristi cosi. Quindi abbiamo mandato a Vinny alcuni sample, e lui si è reso disponibile. Lavorare con lui è una passeggiata, sa perfettamente quel che deve fare, inoltre ha anche suggerito alcuni spunti in fase di arrangiamento ottimi.
Dobbiamo ritenere Vinny un membro stabile della line-up, o il suo è stato un coinvolgimento limitato? E, come questione parallela: chi suonerà la batteria nei vostri prossimi live?
Andy: Chissà, tutto dipende da quel che porta questo R-Evolution. Dopo 10 anni (per non contare i precedenti) di duro lavoro, vogliamo metterci alla finestra e osservare quel che accade, se ci saranno i presupposti per procedere con del lavoro bene, altrimenti… Vinny è disponibile per i live, sono i promoter e i soldi che mancano (storia nuova? Ahahahah!)… non ci saranno live se non ci sarà Vinny.
Ancora una volta c’è una ‘voce nuova’ dietro al microfono… come si è concretizzato l’avvicendamento fra Freddy e il bravissimo Flavio Cosma?
Andy: Volevamo un cantante di dimensione internazionale, con una voce potente ma allo stesso tempo evocativa e drammatica, siamo totalmente soddisfatti del lavoro di Flavio, che oltre ad essersi inserito tranquillamente, ha dato il suo pieno contributo in fase di arrangiamento e sulle linee vocali. Ha una voce incredibile, dinamica, versatile e ruggente!
E che mi dite invece di Rick Anderson? Siete ancora in contatto anche con lui? Ho appreso con un certo dispiacere (e ne ho parlato anche con Bill Tsamis) della sua uscita dai Warlord…
Andy: Di tanto in tanto ci sentiamo via chat con Rick, anche io personalmente ci sono rimasto male della sua esclusione dai Warlord subito dopo il disco. Il suo lavoro è stato egregio, ma evidentemente Bill e Mark [Zonder, batterista dei Warlord, ndr] hanno in mente altro.
Come al solito sono estremamente colpito dai testi del vostro poeta/paroliere, Marco R. Capelli… ma come al solito mi perdo qualche riferimento! A cosa si riferiscono “Light Brigade” (e il suo oscuro sottotitolo) nonché la conclusiva “Tsushima”?
Andy: Lascio la parola a Marco.
Marco: Beh, come puoi immaginare (visto il ritmo di lavoro che mi impone Andy!) sono sempre alla ricerca di storie più o meno epiche.
“Light Brigade” si riferisce ad un episodio oggi poco noto della Guerra di Crimea (1853-1856). Da una parte la Russia degli Zar, dall’altra Inghilterra, Francia, Impero Ottomano e pure l’Italia. O meglio, il regno di Sardegna, quello di Cavour e Vittorio Emanuele II che ci fanno studiare a scuola…
Parlando di Crimea, le notizie che sento alla radio mentre sto scrivendo queste righe, mi tolgono ogni dubbio sul fatto che gli uomini non imparino mai nulla dai propri errori… Comunque sia: il 25 Ottobre 1854, durante la battaglia di Balaclava, un ufficiale della cavalleria leggera inglese (soldatini a cavallo con sciabola e fucile, per capirsi), ricevette l’ordine di attaccare le postazioni di artiglieria pesante russe.
L’ordine era, ovviamente, un errore. Anche perché nessun altro gruppo dello schieramento alleato si stava muovendo in quel momento! Nevertheless, i cinquecento cavalieri continuarono a caricare, in uno scontro frontale, fino a schiantarsi contro le artiglierie nemiche. Ovviamente furono decimati dalle cannonate. I numeri ufficiali parlano di centonovanta sopravvissuti, o meglio, di centonovanta uomini ‘ancora in grado di stare in sella’.
La cosa piacque molto ai media inglesi dell’epoca, cocciutaggine britannica, dedizione, senso del dovere e via dicendo. Tutte cose che facevano presa sui lettori dell’epoca vittoriana, al punto che Lord Tennyson pubblicò un poema sull’argomento che divenne subito molto popolare. Molti versi della canzone sono citazioni dal poema di Tennyson però, mentre nell’originale l’intenzione era celebrativa, nella nostra canzone lo scopo è crudelmente ironico: sottolineare – pur nel rispetto del coraggio – la follia della guerra e l’assurdità di una morte tanto epica quanto assurdamente inutile. Già, come se esistesse una morte che non è inutile…
Tsushima. Altra storia, altra guerra, ma c’entrano sempre i russi. Millenovecentocinque, guerra tra Russi e Giapponesi. La Russia è una potenza mondiale i cui domini attraversano un continente, i Giapponesi sono i nuovi venuti sulla scena. Lo Zar li considera poco più che selvaggi. La posta in gioco, il controllo del Mar del Giappone, della Manciuria, della Corea.
Sulla carta, la flotta russa conta un numero di navi doppio rispetto a quella giapponese. In realtà i Giapponesi, oltre ad essere determinati e disciplinati, hanno navi più moderne, meglio armate, tecnologicamente avanzate, mentre la flotta russa è composta per oltre la metà da navi superate, rammendate, mal armate. I marinai russi, poi, sono allo stremo. Sono indisciplinati, poco preparati e vengono trattati dagli ufficiali come schiavi o poco più. Le ribellioni sono quotidiane e possono scoppiare per qualunque motivo, ad esempio per via del cibo avariato.
L’ammiraglio Togo, comandante della flotta del Sol Levante, è uno che sa il fatto suo (dalle mie parti, quando ero piccolo, si diceva ancora ‘Togo’ al posto di ‘cool’), si è informato e sa di poter vincere. E poi gioca in casa, mentre i Russi, per arrivare in Giappone, hanno fatto letteralmente il giro del mondo, circumnavigando l’Africa. Trentamila chilometri, in condizioni miserabili. L’ultima volta che hanno toccato terra per rifornirsi è stato a Nossy Be, in Madagascar.
Lo scontro avviene il 27 Maggio 1905 e, per i Russi, è un disastro senza precedenti. I cannoni giapponesi hanno un raggio d’azione molto più ampio (e proiettili esplosivi che staccano le corazze), le loro navi sono più veloci e più manovrabili. Nel corso di una sola notte, i giapponesi perdono tre navi e centodiciassette uomini, i russi venticinque navi e cinquemila marinai. Altri seimila vengono presi prigionieri.
Ma la storia non finisce qui. Termina la guerra e, nei campi giapponesi, restano duemila prigionieri russi. Lo Zar non li rivuole. Li incolpa della sconfitta, li considera potenziali ribelli. Siamo nel 1906, la rivoluzione è vicina e i segni si vedono qui e là. Allo Zar, comunque, i marinai piacciono poco, specialmente dopo quel che è successo a bordo della Corazzata Potemkin. Okay, i marinai volevano soltanto magiare meglio ma resta il fatto che hanno mitragliato tutti gli ufficiali… Sia quel che sia, i giapponesi non sanno che farsene di quei russi mezzi morti di fame. Così li abbandonano lungo la transiberiana. Da qualche parte, a cinquemila chilometri di distanza, c’è Mosca. Buon viaggio.
Non si sa se qualcuno sia mai arrivato a casa. Comunque, la canzone si apre con l’ammiraglio Togo sul ponte della sua corazzata, e si chiude con l’immagine di un marinaio russo coperto di stracci che segue una rotaia interminabile nel bianco abbagliante della neve.
Affascinante mi sembra anche il testo di “The Mark of Cain”, che – non vorrei sbagliarmi! – mescola suggestioni bibliche agli orrori delle guerre moderne (il riferimento a ‘Dachau’ e ‘Sarajevo’)… trovo che anche qui ci sarebbe molto da discutere!
Marco: Esatto! La canzone è idealmente dedicata ad un’amica che ha vissuto la guerra di Jugoslavia sulla sua pelle. Quello è stato lo spunto iniziale, da lì il discorso si è ampliato, perché ogni orrore ne richiama un altro. L’Olocausto è qualcosa che nessuno può permettersi di dimenticare, ma ci sono infiniti altri stermini di massa nella storia più o meno recente. Da quello dei nativi americani in Nord America (venti milioni di morti stimati! Lo stesso Hitler, fin dalla prima edizione del “Mein Kampf”, cita le “riserve” indiane come esempio pratico di metodo “scientifico” per la “soluzione finale”!) a quello dei Curdi in Turchia. Una tale scia di morti da mettere seriamente in dubbio l’asserzione secondo cui ‘l’uomo, in fondo, è buono’ (ma proprio in fondo). Dopotutto, vista la fine che fece Abele, dobbiamo essere per forza figli di Caino, Beni Cain, mezzi uomini e mezzi demoni, quel Caino condannato da Dio a vagare senza pace per l’eternità, muto testimone dello scempio causato dai suoi discendenti.
Sotto il profilo musicale, invece, mi piacciono molto le linee vocali di “King of Shadows” e i chitarroni di “Southern Seas”… in quest’ultimo caso siamo in presenza di un ritorno di fiamma sabbathiano… o no?
Andy: Beh, il primo amore non si scorda mai! …mi piace “King of Shadows” per la sua intro operistica e l’incedere classic metal che si sposa benissimo con la linea melodica molto Martiria. Per ciò che riguarda “Southern Seas”, diciamo che sarebbe stato un secondo singolo, è un pezzo che grazie all’interpretazione di Flavio ed al drumming di Vinny ha assunto una dimensione mastodontica.
Marco: Southern Seas è anche la mia canzone preferita! Però, aspetta, c’è anche “Tsushima”…e “The road to Tenochtitlan”. Ed anche “Salem” e “Revolution”. Mi sa che in quest’album, mi piacciono proprio tutte…
Passare alla Rocksector Records vi ha dato finalmente quella ‘dimensione europea’ che una band come i Martiria merita? Questo cambierà qualcosa sotto il profilo dei live? Sono già previste esibizioni vicine e lontane?
Andy: La Rocksector è una piccola label con grandi obiettivi. Lavorano sodo. Basti guardare il loro roster dove tutte le band sono costantemente impegnate live. Per ciò che ci riguarda, Mark (il proprietario), si sta dando da fare per cercare di organizzare un minitour e qualche data in Europa….vedremo.
Se mi permetti però vorrei aprire uno spunto di riflessione per tutte le band che si accingono al mondo discografico o ‘similare’ (non uso questo termine a caso). Contattando diverse label mentre stavamo valutando le proposte, ci siamo imbattuti nella maggior parte delle volte in label che ci chiedevano soldi per pubblicare il nostro CD. Signori questa è la fine. Io comprendo le co-produzioni, perché i tempi ormai sono cambiati (la crisi del mercato, ecc.), ma a tutto c’è un limite. Nella maggior parte dei casi, le proposte oltrepassavano i limiti della decenza. Vorrei solo invitare sia gli addetti ai lavori che soprattutto i giovani musicisti a riflettere e valutare bene l’argomento. Questo tipo di atteggiamento di sicuro non porterà a modificare la situazione di mercato.
Nella gran parte dei casi, piccole/medie label sono gestite principalmente da appassionati che non sempre (per forza di cose) sono conoscitori di mercato e marketing. Signori, la discografia è commercio (che ci piaccia o no). Il romanticismo deve rimanere nelle note musicali che compongono un CD, ma al momento della pubblicazione di un CD, c’è da fare i conti con vendite, promozione, investimenti. Se non si ha bene la percezione di questo finisce come la gran parte dei casi che le 1000 copie stampate, si perdono nei milioni di ‘1000 copie’ stampate… e se questa è una soddisfazione, allora forse c’è da rivedere qualcosa. In sostanza quel che voglio dire, è che ognuno ovviamente è libero di interpretare ed inseguire un sogno come meglio crede, ma in campana, perché questa non è la strada per andare in paradiso, poi se ci si vuole accontentare di ciò, la scelta è rispettabilissima… purché sia ben consapevole.
Marco: d’accordo al 100%!
E solo un paio di domande per il grande Vinny Appice… cosa pensi della collaborazione con la mia band italiana preferita? E dei Martiria e del loro lavoro?
Vinny: Mi piace molto la musica, ed è stato bello occuparmi per essa della batteria! I Martiria scrivono bene la musica e sono ottimi musicisti e uomini d’affari… una combinazione vincente!
Hai scritto tu le parti di batteria, o lo ho fatto l’intera band?
Vinny: Posso solo dirti che le parti di batteria vengono dall’anima della canzone e pulsano come il suo cuore!
Grazie per il vostro tempo e a presto, per sentire dal vivo i brani di “R-Evolution”!
Andy: Grazie a te Renato, un grande saluto a tutti i lettori di Metalhead.it!

© Renato De Filippis

 

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