MARTIRIA - The official website - Reviews, Interviews and press releases
Founded in 1987 in Italy,
they were able to get no less than Rick Anderson (Damien
King III, ex WARLORD) for their musical visions. It
is exactly this conjuring voice and the adding of all
manners of classical instruments/choirs constitute a
lot of MARTIRIAs appeal. Epic arrangements and
progressive song structures and many acoustic passages
are able to captivate you throughout the playing time.
If this gem would have been released in the eighties,
you would bow down with awe and praise this as a timeless
classic. (The
Metal Observer)
La pubblicazione del loro quarto album in studio, 'On the Way Back', è l'occasione giusta per accogliere sulle nostre pagine i romani Martiria. Dallo stile particolarissimo, autori di un epic metal raffinato e tutto personale, il gruppo si presenta e introduce nei dettagli il nuovo album: Andy Menario e Marco Capelli, rispettivamente chitarrista e paroliere della band, rispondono alle nostre domande in questa intervista.
Ciao ragazzi e benvenuti su Italian Metal per questa intervista. Andrea, partiamo subito facendo un salto indietro di quasi 25 anni e precisamente al 1987, anno di formazione dei Martiria. Parlaci di come venne fondata la band e di quali furono i primi passi del tuo gruppo, oltre alle influenze riguardanti il genere proposto.
Andy: Ciao Gabriele, per questa prima domanda cercherò di riassumere brevemente. La band nasce da un'idea di Massimo Di Vincenzo l'allora cantante ed altri amici, con l'intento di creare un prodotto che riprendesse dai maestri del doom come Black Sabbath e i più recenti Candlemass. All'epoca il suono era molto più grezzo e molto più pesante di quello che sono oggi i Martiria. Il mio apporto all'epoca era minimo in termini di composizioni (ero appena 16enne) e la gran parte del lavoro la faceva Massimo, coinvolgendoci poi nella fase di arrangiamento.
MartiriaNel 1987 stesso vede la pubblicazione il vostro primo lavoro, 'Twilight of Remembrance', demo da sei brani: come lo registraste e cosa ricordi di quella prima esperienza in studio? Qual era il suo contenuto a livello musicale?
Andy: Personalmente era la prima volta che entravo in studio, quindi ricordo con grande emozione quei giorni. Ricordo ancora adesso che registrammo tutto su un otto tracce analogico a bobina ed il mixing era fatto a mano in tempo reale, cosa impensabile oggi! I brani erano delle composizioni di Massimo, arrangiate da tutti noi della band. Ricordo che registrammo tutto in presa diretta per le basi e facemmo qualche sovraincisione per gli assoli e la voce naturalmente. A quei tempi era veramente cosa rara registrare qualcosa, per noi significava un passo davvero importante.
L'anno successivo è la volta di 'Gilgamesh Epopee', secondo demo da sole due tracce, ma che vede i Martiria spostarsi su tematiche mitologiche che saranno riprese successivamente nei vostri lavori. Come nacque questo demo e i brani in esso presenti? Vi erano stati cambiamenti a livello musicale rispetto al lavoro dell'anno precedente?
Andy: No, il sound era sempre lo stesso, anche le tematiche più o meno, i testi erano curati completamente da Massimo... Diciamo che questo demo fu la successione o meglio, l'aggiunta al precedente. Questo lo registrammo in presa diretta nella sala dove provavamo. Questi demo finivano poi per essere più una soddisfazione personale piuttosto che un mezzo per farci conoscere, la distribuzione era curata da noi e praticamente inesistente visti i pochi mezzi e soldi a disposizione.
Dopo la pubblicazione di questi primi due demo i Martiria si sciolsero: come mai questa decisione? I due lavori non vi avevano permesso di farvi conoscere all'interno della scena locale?
Andy: Assolutamente no, all'epoca luoghi per suonare live erano ancor meno presenti sul territorio locale fatta eccezione di qualche rassegna musicale rock di qualche radio volenterosa e le demo registrate finivano per lo più ad amici e parenti. Francamente non saprei dirti quali furono i motivi dello scioglimento della band, sostanzialmente eravamo tutti un po' presi da cose diverse, ed anche Massimo aveva degli altri interessi che stava cominciando a coltivare, come il teatro. Quindi la cosa andò a scemare lentamente ed inconsapevolmente. Magari questa è la mia percezione, gli altri potrebbero dirti altre cose... ero poco più che adolescente.
Torniamo al presente: 25 anni dopo quei primi lavori esce 'On the Way Back', il vostro quarto album che vede una tracklist presa quasi interamente da quei due demo degli anni '80. Come è nata la scelta di riprendere quei vecchi brani e di riproporli con l'attuale formazione?
Andy: Sono sempre stato legato a quei brani, li trovo tremendamente profondi e musicalmente ancora innovativi, mi piaceva (e mi piace ancora oggi) tantissimo la musica che proponeva Massimo. Considera anche che nell'album è presente il primo brano che ho scritto in vita mia che da il titolo all'album stesso, per rendermi omaggio (eheheh!) ho voluto risuonare il solo proprio come era sul vecchio demo. Quindi ce n'erano molte di motivazioni per ridare vita a quei brani cosi ho proposto la cosa agli altri e ci siamo messi a lavoro.
Martiria - On the Way BackQuello che troviamo all'interno dell'album si tratta di brani modificati nella struttura e nei testi oppure è una riproduzione abbastanza fedele del materiale contenuto nei demo? In pratica, c'è stato molto lavoro dietro alla composizione di questo album oppure si è trattato solamente di riscoprire vecchi brani?
Andy: La struttura dei brani è più o meno quella, i testi sono completamente riscritti (quelli di Massimo erano introvabili) da Marco (Capelli, paroliere della band - ndr), volevamo comunque dare una nuova linfa ai brani, ci sembrava giusto quindi costruire dei testi che esprimessero meglio la nostra identità attuale, piuttosto che cantare vecchie storie appartenenti ad un passato poco più che adolescenziale. Alcuni riff sono stati cambiati, le parti di batterie completamente, gli arrangiamenti sono totalmente nuovi cosi come i soli (fatta eccezione del succitato "On the Way Back"). Direi che c'è stato un gran lavoro dietro questo CD, soprattutto sul suono, ma va dato merito a Massimo di averci lasciato un'ottima base sulla quale lavorare.
Si era parlato all'inizio del fatto che su questo album avremmo ritrovato il vostro primo cantante, Massimo Di Vincenzo, lo stesso presente sui demo; troviamo invece ancora una volta Rick Anderson: come mai questo ripensamento?
Andy: Massimo non se l'è sentita, aveva troppi impegni con la sua carriera di attore, ed essendo un perfezionista ha preferito rinunciare per mancanza di tempi adeguati per prepararsi al meglio a una performance canora, che non era più abituato a sostenere. Grande merito va infatti a Rick, per aver lavorato in tempi brevissimi, ma ormai abbiamo una certa intesa con lui, quindi il risultato era facilmente preventivabile.
Ho trovato 'On the Way Back' l'album più complesso mai pubblicato dai Martiria, molto introspettivo come tematiche e lento nelle composizioni, quell'anima doom che i comunicati stampa già ci avevano preannunciato. Siete d'accordo con questo o la pensate diversamente? Mi descrivete anche con parole vostre come vedete in generale questo album, tanto in sé quanto all'interno della vostra discografia?
Andy: E' assolutamente doom, sono pienamente d'accordo. Personalmente non lo trovo cosi complesso, ma probabilmente non faccio testo in quanto i brani li conoscevo da una vita, quindi suonano molto familiari. Questo lato scuro è una parte presente nei Martiria anche degli album precedenti (vedi "Hell is not Burning" di 'The Age of the Return' ad esempio o "God Knows" nel più recente 'Time of Truth'), mi piaceva dare un nuovo taglio ad un nuovo album. Come tematiche sicuramente è il più introspettivo e credo che non poteva essere diversamente, Marco ha colto in pieno quelle che sono le atmosfere del disco.
Marco: In effetti è stato "facile"... relativamente, almeno. Quel che voglio dire è che c’è sempre stata una forte sincronia tra lo stile musicale di Andy e la mia idea di "canzone", e questa sincronia sembra accentuarsi con gli anni, come se procedessimo su linee parallele. La cosa non cessa di sorprendermi, doppiamente in questo caso, visto che questi brani, sia pur con le ovvie modifiche ed aggiustamenti, sono letteralmente riemersi dal passato. Vent’anni dopo, come i moschettieri di Dumas... Chissà, forse è proprio questo il motivo per cui tutti i pezzi presenti in 'On the Way Back' posseggono una sorta di cupa potenza, malinconica e profonda, un’energia (dimenticata?) che ci riporta ad un’altra fase della vita. Stando così le cose, non avevamo molta scelta: sono state le canzoni stesse ad imporre testi altrettanto cupi e tematiche "importanti". La sfida, semmai, è stata quella di scavare negli angoli bui della mente senza cedere all’autocommiserazione adolescenziale, per fondere assieme le domande senza risposte che ci si pone a vent’anni con le risposte (senza domande) cui si finge di credere per sopravvivere alla soglia dei quaranta. Credo, però, che ce l’abbiamo fatta e questo CD, oltre a contenere undici brani musicalmente eccezionali, rappresenta una profonda riflessione, fatta sulla linea di mezzeria della vita, sui temi eterni della vita e della morte, con differenti piani di lettura, e parecchio da raccontare a chi abbia voglia di sedersi ad ascoltare (davvero). Cambiare è sempre difficile, però è assolutamente necessario. Quando si smette di cambiare, probabilmente, si sono raggiunti i propri limiti e questo, al di là dei risultati raggiunti, è sempre piuttosto "scary". Spaventoso. Almeno per me. Odio i limiti invalicabili, mi ricordano, inevitabilmente, l’ultimo limite. La linea bianca, insomma. Del resto, ogni nuovo disco non è un "punto di arrivo" quanto, piuttosto, il punto di partenza per una nuova evoluzione. Certo, il rischio è di scontentare - o sconcertare - qualcuno. E questo, ovviamente, dispiace. Tuttavia un musicista deve seguire l’ispirazione, non ripetere se stesso all’infinito e, soprattutto, deve liberarsi dalle etichette che gli vengono via via appiccicate. Ok, ci sono i generi. Ma, sopra a tutto, c’è la musica. E tutti quelli che ci ascoltano, specialmente quelli che lo fanno per la prima volta, dovrebbero concederci una chance e dire: "Mi piace quel che fate" oppure "No way, la vostra musica non fa per me", ma soltanto DOPO averci ascoltato, non perché, cercando su Google o Wikipedia, il nome dei Martiria compare sotto la categoria "Epic" piuttosto che "Progressive". "On the Way Back", per esempio, è una classica rock ballade, "Gilgamesh" è un pezzo assolutamente metal, "You Brought me Sorrow" è, probabilmente, inclassificabile ma, prese tutte assieme, queste canzoni rappresentano, semplicemente, il nostro modo di fare musica!
MartiriaScendiamo nel dettaglio: vorrei che mi parlaste singolarmente dei brani, in particolare sulle tematiche affrontate e, se ve ne sono, aneddoti sulla loro composizione e registrazione.
Andy: Lascio la parola a Marco.
Marco: Un compito non da poco!! (Andy, correggimi se dico stupidate, ultimamente mi capita sempre più spesso...)
Vediamo... "Drought": partenza in grande stile, collocazione temporale indefinita. Immaginate un mondo assetato, arido, bruciato. L’acqua, la poca che c’è, sotto il controllo dei soliti potenti mentre il resto dell’umanità è condannato a risecchirsi sotto un sole implacabile. Fortuna che è solo immaginazione... giusto?
"Apocalypse", cambio di tono, cambio di stile, interpretazione magistralmente sofferta di Rick (posso dirlo?). Okay, è la fine del mondo, quindi? Prima o poi doveva succedere, il mondo un giorno finirà, per me solo o per tutti cambia poco. La domanda è: saremo pronti ad entrare nell’oscurità? O forse, soltanto, ci porteremo dietro il carico usuale di promesse infrante e cose incompiute... (I failed, I know / still it seems so un fair / leaving for nowhere).
Su "Song" c’è poco da dire, mi genufletto di fronte a Mastro Poe ed all’arrangiamento di Andy che, personalmente, trovo particolarmente azzeccato. Interessante prova di Rick, alle prese con l’inglese del primo ottocento.
"Ashes to Ashes" è forse il pezzo più sofferto (per quanto riguarda il testo) dell’album. Non perché non sapessi cosa volevo dire. Lo sapevo perfettamente e la difficoltà stava proprio in questo, nel riuscire ad incanalare immagini, sensazioni e disperazione in poche righe. Ho passato almeno una settimana a scrivere e cancellare, stampare, correggere e riscrivere, finché non ho preso mio figlio in braccio e tutto si è chiarito. La Morte era lì, all’altro angolo della stanza, incomprensibile, vuota, insensata. Credo che il tema della canzone sia proprio questo, l’assurda mancanza di ogni logica nelle dinamiche della vita e della morte. "Perché?", l’eterna domanda che non ha risposta. Non molto consolatorio, lo so, ma non è colpa mia: una volta aperti gli occhi non c’è modo di richiuderli. 'And the question is / always the same / an useless: "why"?' Il chè, ovviamente, non impedisce di sognare un po’, nel frattempo.
Per quanto riguarda "The Sower" ho seguito abbastanza fedelmente la vecchia traccia del testo originale, arricchendola con qualche osservazione "mia" e modificando un po’ il finale, per lasciarlo - per così dire - sospeso. Un po’ fairytale mediterraneo, un po’ ricordo nostalgico. Il seminatore è l’ultimo del suo mondo, un mondo costruito all’interno della natura e non al di sopra di essa, e non può che svanire nel vento. 'None ever met the sower again. / What happened is easy to guess. / But if you've the heart of a child / a spirit simple and clean / you can see him dancing happy and wild / with the southern wind'.
"Gilgamesh" è il pezzo epico per eccellenza di questo album, incalzante come una marcia trionfale segue le gesta del Re di Uruk: la nascita, l’incontro con Enkidu, le battaglie, la perdita dell’amico ed il confronto con la morte (che, come dicevamo, è il tema ricorrente di questo album... si facciano pure i debiti scongiuri) che porta all’ultima - impossibile - ricerca, quella dell’immortalità. Uno dei miti più antichi dell’umanità che, in fondo, non è altro che una metafora dell’esistenza e del sogno senza tempo di sottrarsi al ciclo implacabile della vita (Nothing could stop you two, / None was strong enough but Death!).
"The Slaughter of the Guilties" è una canzone leggermente diversa, perché diverso è il tema trattato. Cosa determina il passaggio dall’innocenza alla crudeltà? Cosa trasforma un bimbo che guarda il mondo con occhi innocenti in uno spietato assassino? Le risposte sono tante, questa è una... drammaticamente attuale ed al tempo stesso antica. 'Many secrets / a soul can hide, there is darkness / even into the light'.
"You Brought me Sorrow" è, probabilmente, il pezzo che preferisco nell’intero album, anche musicalmente (trovo sia uno dei più originali, assieme ad "Ashes to Ashes"). Ridotto all’osso, il tema è classico che più non si potrebbe: pene d’amore e cose così - per essere brutali e prosaici - ma l’atmosfera rarefatta e silvestre crea un alone quasi soprannaturale ed, alla fine, non è per nulla chiaro (né importa più) da quale parte penda la bilancia tra dolcezza e dolore.
Anche "Twenty Eight Steps", a suo modo, è una storia d’amore. Con più piani di lettura. Ventotto sono gli scalini che portano nel mondo degli incubi e degli spettri viventi, ventotto grammi è il peso di una dose di droga così come, bizzarramente, da ventuno a ventotto grammi peserebbe l’anima, almeno secondo gli studi condotti all’inizio del novecento dal dottor M.D. Duncan MacDougall all’Università del Massachussets... Donna o spirito, quello che è certo è che, se decidi di seguirla, devi andare fino in fondo perché: 'I know she walks these creepy lands, / I hear her laugh, / I dream her hands'.
Dulcis in fundo o in caudam venenum? Non saprei dirlo. Però, in fondo a questo CD c’è "On the Way Back". E non so neppure io se sia un addio quietamente malinconico alla vita o un’accettazione, altrettanto calma e velata di quieto dolore, dell’inevitabilità delle cose. Forse la risposta è davvero nascosta tra le calli della città più struggente del mondo e va cercata in una notte di luna appena velata dalla bruma del mare.
...Ce l’ho fatta?
Parlando di tematiche e testi, vorrei chiedervi come mai la scelta, già da inizio della vostra carriera, di rivolgervi a un paroliere esterno per la composizione, cosa non frequentissima all'interno del panorama metal. Come avete trovato Marco Capelli e come lo avete convinto a comporre per voi le lyrics? Solitamente come avviene la stesura delle stesse: lasciate a lui campo libero oppure affrontate insieme le tematiche e lui si occupa di stendere la versione definitiva dei testi?
Andy: Marco è stato uno di quei colpi di fortuna che capita raramente nella vita di un musicista. Non sarei mai stato in grado di gestire ed organizzare anche le liriche per una band. Quando ho deciso di rimettere in piedi il progetto, ho sparato un po' nel mucchio, cercando on-line qualche nuovo scrittore di buona volontà e con mentalità aperta alla sfida, che potesse essere interessato ad una collaborazione. Bene, oggi Marco non è solo un collaboratore, ma è parte integrante della band. Oltre a scrivere cose egregie, si occupa di tutto ciò che riguarda i Martiria in rete (sito, myspace, facebook, ecc.). Per la modalità di stesura dei testi dipende: talvolta ne parliamo prima, altre volte gli mando semplicemente un mp3 con una linea vocale ed una scansione sillabica delle eventuali strofe, bridge e chorus e lui ci costruisce tutto intorno. Ormai posso dire che è un meccanismo più che collaudato.
Marco: Assolutamente, un meccanismo ingrassato come un pistone da locomotiva. Quasi ci capiamo senza parlare... (il chè è preoccupante). Andy mi passa musica e linee vocali. Io le metto in un cassetto e lui comincia a sollecitarle. Il mio senso di colpa cresce e quando supera il livello di guardia, imbraccio la chitarra (che non so suonare) e passo le notti a scrivere, cancellare, riscrivere (ed a contare le sillabe sulle dita della mano destra - essendo mancino).
Andy MenarioL'album vede il vostro passaggio dalla Underground Symphony alla My Graveyard Productions, due etichette italiane che molto hanno dato e stanno dando alla scena italiana. Come è stato deciso questo cambiamento e come vi siete trovati con la nuova etichetta bresciana?
Andy: Semplicemente perché questa volta ci siamo trovati "sfasati" con i tempi tecnici di pubblicazione della Underground Symphony, successivamente c'è stato un contatto con Giuliano e la sua My Graveyard Productions che si è reso disponibile ed entusiasta... per noi non c'è stato alcun problema nel passaggio, in entrambi i casi si parla di ottime persone, serie e corrette. Quindi ci troviamo assolutamente bene con la nuova label, cosi come ci trovavamo bene con la precedente.
Parlando della My Graveyard è impossibile non citare l'ultima edizione del Play It Loud! Festival, dove i Martiria hanno partecipato con un concerto speciale con alla voce Rick Anderson. Sono passati oltre due anni, però vi chiederei comunque quali sono state le sensazioni di suonare per la prima volta dal vivo i brani con il cantante "ufficiale" della band.
Andy: Una grande emozione, che oggi è diventata nei ricordi una bellissima esperienza. Abbiamo avuto modo di consolidare ancor di più quel legame che ci ha unito inizialmente. Oggi posso dire di sentire Marco e Rick (i due più lontani topograficamente da me), come persone di famiglia, con i quali ci scambiamo sovente anche altre idee e discorsi non riguardanti la musica.
Marco: Assolutamente una grande esperienza! Speriamo di poterla ripetere, e presto. Personalmente ho un (piccolo) sogno: mi piacerebbe davvero poter lavorare in studio tutti insieme sui pezzi. Fondere il contributo di tutti per "costruire" una canzone sarebbe un’esperienza eccezionale e dai risultati imprevedibili. Per ora sembra improbabile ma in futuro... chissà!
Sempre rimanendo nel campo live, ho notato che la vostra attività è molto limitata, al di là del fatto che Anderson viva in America (il gruppo si esibisce dal vivo anche con un altro cantante - ndr): è una scelta del gruppo oppure vi vengono fatte proprio poche richieste di esibirvi? Personalmente vedete i Martiria più come un progetto in studio o una realtà capace di riproporre quanto fatto anche dal vivo?
Andy: I Martiria ri-nascono come progetto in studio, ma devo dire che le cose si sono evolute rapidamente, oggi quindi siamo una band pronta tranquillamente ad affrontare i palchi. Con il nuovo innesto di Umberto Spiniello alla batteria poi, abbiamo trovato il nostro assetto definitivo. E' comunque vero, che di proposte per suonare live, non ne sono mai arrivate fatta eccezione per il Play it Loud di Giuliano che ci ha fortemente voluto in formazione originale, per questo non finiremo mai di ringraziarlo! Speriamo in futuro di avere qualche opportunità in più, ci piacerebbe anche allargare gli orizzonti sulla penisola ed anche fuori... Vedremo...
Facciamo un altro passo indietro e parliamo un attimo dei precedenti lavori: riascoltati oggi, come li descrivereste e a quale di questi siete più legati? Se doveste consigliare un album di tutta la vostra discografia, su quale cadrebbe la scelta?
Marco: A chi non avesse mai ascoltato nulla di nostro, io consiglierei di partire da 'The Age of The Return'. Credo che, (al di là delle tematiche, parlo da un punto di vista musicale e concettuale), possa essere considerato come un "prequel" ideale di questo 'On the Way Back'.
Andy: Azz, un domandone! (eheheheh!) Guarda ogni album è legato a qualcosa che lo rende unico per ciò che mi riguarda. Per 'The Eternal Soul' ricordo con piacere tutto il periodo di preparazione e i primi feedback dagli addetti ai lavori quando cercavamo di proporlo. Forse è l'album "più Martiria" di tutti, c'è un misto di influenze, l'ho scritto di getto senza troppi fronzoli. Poi tutto l'iter di registrazione era accompagnato da una cosciente ilarità, perché nessuno avrebbe mai pensato che potesse funzionale o destare anche solo semplicemente un'attenzione. 'The Age of the Return' è veramente un'opera per come è stata concepita e poi assemblata e suonata. Senz'altro è stato il CD più difficile da scrivere, unico rammarico la produzione... mea culpa! Non è stato facile cimentarsi col musicare "il Libro dei libri", ma era talmente un tema a noi vicino per svariati motivi che non abbiamo voluto lasciare nulla al caso. 'Time of Truth' è un disco diverso. Volevamo fortemente un album più immediato, con meno arrangiamenti difficili, un album più live, direi che siamo riusciti nell'intento. 'Time of truth' doveva rendere la nostra musica più fruibile... è stato un esperimento, ci è piaciuto. Non riuscirei mai a preferire uno all'altro, questo me lo conferma anche i risultati del sondaggio che abbiamo fatto qualche settimana fa prima dell'uscita del nuovo 'On the Way Back'. Abbiamo espressamente chiesto a chi ci segue, quali sono gli album e i brani preferiti di tutta la discografia, il risultato è stato sorprendente: tutte le canzoni di tutti e tre gli album sono state citate, e tutte più o meno con lo stesso numero di preferenze. Questo mi conforta molto, è un chiaro segnale che all'interno di un album non ci sono poi pezzi cosi deboli.
Rick AndersonUna delle particolarità dei Martiria è quella di avere alla voce un personaggio storico della scena americana, Rick Anderson: sappiamo che il contatto fra voi è avvenuto tramite lo stesso Bill Tsamis dei Warlord, ma Andrea vuoi spiegarci meglio come sono avvenute le cose? Come hai fatto a conoscere prima Tsamis e cosa ti ha convinto che Rick sarebbe stata la scelta giusta per i Martiria?
Andy: Tsamis è un sostenitore (se cosi si può dire) di una mia vecchia band. Abbiamo quindi cominciato i nostri contatti parlando di quello. Durante il processo di composizione dei brani di 'The Eternal Soul' ero in contatto con Frank Andiver al quale avevo spedito dei pezzi per averne un feedback, sapeva perfettamente che non avevamo un cantante e che stavo cercando, fu lui a suggerirmi di provare a contattare qualche vecchio singer dei Warlord (forse non sapeva neanche che io avessi contatto diretto con Bill Tsamis), quindi diciamo che l'illuminazione me l'ha data lui. Il passo successivo quindi è stato piuttosto ovvio. A parte il fatto che Rick ebbe una grande sponsorizzazione da Bill (...come se ne avesse bisogno! Eheheh!), ma tra l'altro mi colpì subito l'umiltà con il quale si approcciò al progetto Martiria. Si rese subito disponibile mandandomi una demo con suoi brani e poi cominciammo a lavorare con estrema naturalezza. Quando si ha a che fare con persone eccezionali, tutto fila liscio senza problemi.
Il lavorare a distanza con il cantante ha frenato in qualche modo la vostra attività o l'uso dei moderni mezzi di comunicazione vi permette di rimanere in contatto costantemente? Come riuscite a lavorare sulla stesura dei nuovi brani?
Andy: Direi di no, ormai l'utilizzo della rete permette di fare di tutto, ci spediamo mail, provini, idee, ci parliamo per telefono, alla fine ci siamo anche visti... Quindi direi che le tappe le abbiamo percorse tutte. Per ciò che riguarda i brani, creo il pezzo, con parte degli arrangiamenti e linea melodica, passo il tutto a Marco, che costruisce il testo secondo i parametri che decidiamo o liberamente se non ci sono particolari indicazioni, il tutto poi viene spedito a Rick che è liberissimo di modificare, interpretare ecc. Può capitare talvolta che chieda a Rick di cambiare qualche piccola cosina, per esigenze di arrangiamento, ma capita davvero raramente, anzi, spesso è lui ad illuminarmi con trovate particolari, e quindi sono io dopo a ricambiare le parti. I brani poi passano a Derek e Umberto che lavorano sulla ritmica... lì ci sono gli ultimi cambiamenti prima della versione definitiva del brano.
In questi ultimi giorni è stata confermata la vostra partecipazione ad un tributo italiano ai Black Sabbath con il brano "Spiral Architect": cosa dovremo aspettarci? Un brano rivisitato alla vostra maniera o una fedele riproposizione?
Andy: Partiamo dal presupposto che i Black Sabbath sono la "mia" band da quando avevo 12 anni! Fosse per me risuonerei tutti gli album, per questo tributo abbiamo scelto un brano che ci piace molto. Ovviamente sarà ri-suonato alla Martiria... Non avrebbe senso fare una cover, suonandola uguale all'originale, non lo sarà mai!
Dopo 'On the Way Back' e questa partecipazione al tributo, su cosa lavoreranno i Martiria? Avete già pronto qualcosa per un ipotetico quinto album oppure rimarrete in pausa per aspettare i frutti di 'On the Way...'?
Andy: Stiamo già lavorando al quinto album, ma non voglio anticipare nulla. Inoltre parteciperemo ad un altro tributo per una grande band... e nel frattempo, ci gustiamo anche i feedback di 'On the Way Back', sperando di riuscire ad organizzare qualche evento live per il prossimo autunno...
Siamo giunti alla conclusione di questa intervista: come di consueto lascio a voi l'ultimo spazio per salutare i lettori e i vostri fans. Nel frattempo vi ringrazio per la disponibilità e per questa lunga chiacchierata.
Andy: Un grande saluto a tutti i lettori dei Italian Metal, e un ringraziamento particolare a tutti coloro che ci sostengono, se volete sentire l'anima più doom della band vi consiglio assolutamente di fare vostro il nuovo album 'On the Way Back', non dimenticate poi di lasciare il vostro feedback sulle nostre pagine di riferimento (Facebook, Myspace e sito ufficiale). Spero di incontrarvi presto in sede live! Grazie ancora Gabriele per questo spazio, a presto! (c) Gabriele Nunziante
L’intervista con i Martiria, nella persona del loro brillante e sagace chitarrista Andrea "Menario" Menarini, è diventata una piacevole abitudine alla quale il sottoscritto non “può” proprio sottrarsi ogniqualvolta la formazione capitolina dà alle stampe un nuovo lavoro discografico.
Stavolta, allo scopo di sviscerare l’essenza di “On the Way Back”, da poco pubblicato su My Graveyard, viene coinvolto anche Marco Capelli, immaginifico lyricist del gruppo, per un quadro ancora più completo dell’ennesimo capolavoro di una band capace di fornire, attraverso un approccio “classico” eppure straordinariamente produttivo e appassionante, un contributo importante alla scena metallica internazionale attuale, sempre più caratterizzata da diffusi fenomeni di “stagflazione” artistica (stagnazione nelle idee, inflazione nell’offerta!).
Ciao ragazzi, e bentornati sulle pagine di metal.it! Confermiamo una piacevole e doverosa consuetudine istituita fin dal vs. esordio! … dal 2008 (anno d’uscita di “Time of Truth”) ad oggi sono cambiate un po’ di cosette in casa Martiria … Andy, ti va di riassumere per sommi capi questo periodo di “rinnovamento”?
Andy: Ciao Marco, bene, diciamo che abbiamo avuto un pochino da fare! (ehehehehh!). A parte gli scherzi, è stato un periodo lungo e tortuoso nella mia vita familiare ed anche in quella di qualche altro della band e quando non c'è calma (almeno apparente) non è consigliabile creare, almeno per me. In questi tre anni, siamo riusciti comunque a toglierci delle grandi soddisfazioni a cominciare con l'apparizione live al Play it Loud, dove abbiamo potuto per la prima volta suonare live con Rick, capirai che è stato un evento più unico che raro ... inoltre avevamo la bega del batterista da sistemare. Fabrizio è un amico e ci ha dato una mano finché ha potuto, cosi dopo il suo allontanamento, siam ritornati da Umberto che già conoscevamo (aveva preparato gran parte del repertorio per venire al PIL, ma poi causa una sua tournée con altra band ha dovuto mollare), ed ora è entrato definitivamente in pianta stabile nella line up. Possiamo poi aggiungere circa sei mesi di lavoro sul nuovo album ed ecco colmato il periodo di silenzio.
Il “nuovo” approccio esibito in “On the Way Back”, indirizzato ad enfatizzare in maniera più evidente la componente oscura della vs. proposta musicale, recupera, in realtà, lo stile degli esordi assoluti del gruppo, quello dei demo, per intenderci, dai quali, se non erro, avete tratto parecchi spunti diretti … E’ così? Da cosa è nata questa esigenza?
Andy: I brani scritti in passato da Massimo (primo singer della band), mi sono sempre piaciuti, e consideravo un vero peccato che non avessero avuto la giusta visibilità. Cosi ho proposto la cosa a Marco e Derek ed ho cominciato a lavorarci sopra. Le partiture originali erano molto anni 80, serviva una bella ringiovanita ed un approccio più coerente con quella che è la musica dei Martiria oggi. Diciamo che quello che ne è uscito è esattamente quel che volevamo.
La voce di Rick, come affermato in sede di recensione, è assolutamente strepitosa anche nel nuovo contesto e funge da perfetto contraltare alla preziosa opera esecutiva e compositiva … mi sembra di aver capito che la sua presenza, per un breve periodo, fosse “in dubbio” e che ci fosse la possibilità di tornare a collaborare proprio con il vs. primo cantante, Massimo Di Vincenzo … Come sono andate le cose?
Andy: Non è mai stato in dubbio Rick, diciamo che per un aspetto affettivo e di correttezza, mi sembrava giusto proporre a Massimo di cantare su quest’album, che inizialmente doveva essere un auto-tributo ai vecchi Martiria, in attesa di un nuovo album. Massimo purtroppo non è riuscito ad organizzarsi per seguirci in quest’avventura, cosi ho chiesto a Rick se aveva voglia di prestarsi. Nel momento in cui Rick ha accettato, ho cominciato a cambiare gli arrangiamenti in modo più marcato, riportando alcune atmosfere più vicine a quel che siamo oggi, cambiamenti che sono continuati anche dopo la performance di Rick, che , ad esser sincero, ha sorpreso nuovamente anche me.
Addentrandoci tra i “solchi” di “On the Way Back”, mi trovo (come sempre, del resto, quando si tratta di un’opera dei Martiria!) abbastanza in difficoltà nell’effettuare delle selezioni. L’impeto di un’ispirazione “globale” è prepotente, per cui bisognerebbe approfondire ognuna delle canzoni dell’albo … vi chiedo se vivete la fase di composizione proprio nell’ottica di una “visione collettiva” e di sviscerare almeno il contenuto di “Ashes to ashes”, “The slaughter of the guilties” e “You brought me sorrow”, tre pezzi in cui, a mio modo di vedere, emerge tutta la vs. personalità abbinata alla vs. inarrestabile carica espressiva …
Andy: Sai Marco, I Martiria vivono da sempre di una “simbiosi atipica”. Man mano che passano gli anni ci rendiamo conto che probabilmente siamo veramente “incastrati” bene. La collettività esiste in quanto le persone che fanno parte della band sono tutte sulla stessa linea d'onda. Da sempre i Martiria sono la libera interpretazione artistica di tutti i componenti che ne fanno parte, nessuno è obbligato a fare nulla, ci possono essere suggerimenti ma nulla più, ed inoltre tutti lavoriamo ad un pezzo singolarmente, quindi abbiamo l'opportunità di concentrarci come vogliamo sul da farsi. Forse è proprio questa la chiave di volta. Riguardo ai brani citati lascio la parola a Marco.
Marco: Grazie Andy. In effetti funziona proprio come dice lui. Cioè i pezzi nascono ... da soli. Servono giusto un colpetto, una limatina, un “Si potrebbe, forse, fare così e così”. Alla fine (almeno per quel che riguarda il mio “settore”, cioè i testi), è difficile ricordarsi chi ha suggerito cosa. Mie, al limite, sono le “immagini” che si succedono seguendo il ritmo della musica ... Detto questo, lasciami aggiungere che m’incuriosisce molto la scelta dei tre pezzi che hai citato, perché (se aggiungiamo “On the way back”), sono anche i miei favoriti. “Ashes to ashes” e “The slaughter of the guilties” sono, in un certo senso, parte di una trilogia che si conclude con il già citato “On the way back”. Potremmo definirla la trilogia dell'assurdità della vita. “Ashes” si confronta con la morte, e non la morte “epica”, in qualche modo giustificata, di un eroe, ma quella assurda, insensata che incontriamo tutti i giorni: la morte di un bambino per una tragica fatalità o quella di un uomo che, come tanti, si ammala e se ne va, in silenzio, lasciando rimpianti, dolore e senza portare a termine niente di quel che si era proposto. Un padre tiene tra le braccia il corpo senza vita del figlio, un figlio attenderà per sempre il ritorno del padre. E tutto questo perché? La risposta non esiste, però ognuno di noi inventa la propria: caso, fatalità, destino. Chi ha fede, spera, chi ne ha un po' meno, sogna. Qualcuno ci scrive sopra una canzone.
L'unica certezza è, ovviamente, che siamo fatti di cenere e polvere.
Anche “The slaughter” ha a che fare con la morte, in un certo senso: la morte dell'innocenza. Cosa trasforma un bimbo innocente (che tutti i bimbi lo sono) in uno spietato assassino? Ci sono molte risposte possibili, questa è una. Per non dimenticare che “there is darkness even into the light”.
Come ho scritto qualche riga più in alto (sì, lo so, tendo ad essere logorroico), la trilogia si completa idealmente con “On the way back”, dove a morire sono le illusioni e ci si confronta con la sottile, insinuante, tentazione della resa finale.
“You brought me sorrow” ci porta, invece, in un territorio differente, dove la musicalità è certamente l'elemento più importante; il testo (ispirato a quello originale di Massimo e modificato soprattutto nella metrica e nella successione delle immagini, che ho volutamente reso più sfumate, indefinite) accompagna l'andamento quasi misticheggiante della melodia raccontando una favola con più piani di lettura: forse si parla di un amore infelice, o impossibile, di un sogno che svanisce a risveglio o, chissà, di un uomo che si è innamorato di una creatura fatata, cosa, come sappiamo benissimo, estremamente pericolosa.
“Gilgamesh”, di cui avete realizzato anche un video, è un altro momento importante del disco, forse in qualche modo leggermente più “classico”, ma molto significativo … come mai avete scelto di celebrare l’epopea del Re di Uruk?
Andy: Già nel demo di 25 anni fa, il testo parlava di questo personaggio, la partitura musicale richiama molto l'epicità ed i contesti di quella storia, cosi abbiamo deciso di tenere la traccia del testo, sulla quale Marco ha lavorato per renderla più efficace.
Marco: Esatto, anche in questo caso la narrazione segue la trama iniziale impostata da Massimo, fatti salvi i dovuti tagli e le modifiche alla metrica. Ho aggiunto qualche scena tratta dall'epopea e seguito la successione cronologica degli eventi limitandomi a rendere il tutto il più “musicale” possibile. Epico, ovviamente, lo era già, ci mancherebbe! Parliamo del primo eroe della storia (o, almeno, del primo di cui ci sia giunta memoria ...)
Il sodalizio con Marco continua in maniera assai fruttuosa e rappresenta un’ulteriore peculiarità dei Martiria nel panorama musicale attuale. Da cosa nasce la necessità di un paroliere “esterno” alla band? Avere una visione non direttamente coinvolta nella fase di composizione musicale contribuisce a trovare soluzioni narrative più efficaci ed emotivamente coinvolgenti?
Andy: Marco è parte integrante della band. Ci sentiamo spessissimo durante la fase di stesura sia delle parti strumentali sia dei testi. Ma come ti spiegavo prima, ormai non c'è più tanto bisogno di andare nello specifico, ci parliamo dei temi da trattare, delle suggestioni, delle emozioni che vogliamo creare e poi ognuno si mette a lavoro.
Marco: Raramente mi è capitato di lavorare in modo così naturale con qualcuno. Viaggiamo, semplicemente, sulla stessa rotta, così che basta qualche colpetto al timone, di quando in quando, ed il gioco è fatto. (L'unica cosa di cui Andrea può lamentarsi a ragion veduta è la mia pigrizia – ahem – ma sono nato così e mi sa che sia tardi per rimediare!).
Come ho detto e ripetuto, ritengo Rick il cantante perfetto per il gruppo, ma forse la distanza ha determinato dei limiti logistici alle vs. esibizioni dal vivo, abbastanza sporadiche … Tenendo conto dell’importanza dei live, in quest’asfittico mercato discografico, hai qualche “rimpianto” da questo punto di vista? Riuscirete a promuovere il nuovo disco con qualche data in formazione completa”?
Andy: E' un vecchio tarlo questo. Ma credimi che la problematica non abbiamo avuto modo di viverla, dato che le proposte per suonare live non sono mai state cosi frequenti. Le posso contare sulla punta delle dita di una mano ... tutto quel che ci hanno proposto l'abbiamo preso. Evidentemente non siamo una band che suscita grande interesse negli organizzatori di eventi live. Comunque ci stiamo adoperando per trovare tempi e location per presentare il nuovo album, abbiamo anche la disponibilità di Rick.
Il cambio di etichetta mi sembra avvenuto nel segno della continuità … passione e professionalità erano le caratteristiche dell’Underground Symphony e le stesse le ritroviamo anche alla My Graveyard Productions … Come vi trovate a “casa” Mazzardi, che, del resto vi aveva già voluti per quell’indimenticabile edizione del Play It Loud da te precedentemente citata?
Andy: Hai detto bene Marco, sia Maurizio sia Giuliano sono due persone mosse da passione e grande serietà, stavamo bene prima con Underground Symphony e stiamo bene ora con My Graveyard Productions ... speriamo di continuare cosi!
Due parole, a questo punto, penso debbano essere spese anche per il nuovo innesto Umberto Spiniello, autore di una prova maiuscola e perfettamente integrato nel clima sonoro della band …
Andy: Umberto è un grande professionista di rilievo, con la passione per questo genere. Non poteva dirci meglio. Anche con lui abbiamo qualche piccolo problema logistico visto che vive ad Avellino, ma ormai sembra una caratteristica della band, stiamo infatti valutando con Derek, chi fra me o lui deve allontanarsi da Roma, siamo troppi in due qui! Ahahahah! Tornando ad Umberto, è ciò che ci mancava, un musicista competente, umile e disponibile. Credo che abbia dato una vera marcia in più ai brani di “On the way back”, potente e raffinato, proprio come deve essere il batterista dei Martiria.
E ora? Mi rendo conto che è forse un po’ presto, ma sono davvero curioso di sapere quali sono le vs. intenzioni per il futuro … continuerete con quest’attitudine, tornerete a suoni più esplicitamente epic/power, o “cambierete” ancora direzione musicale?
Andy: Credimi che non so risponderti. Non abbiamo mai fatto un album con l'intenzione di seguire un genere, abbiamo sempre fatto musica nel modo che ci piace senza restrizioni. Le nostre influenze sono talmente tante che finiscono tutte nel mezzo dei nostri brani. Già ho pronti diversi riff, e stiamo cominciando a lavorarci sopra per il prossimo album...chissà che magari per febbraio ... inoltre usciranno a breve un paio di compilation come tributo ad due grandi band, abbiamo partecipato su entrambe con un brano. La prima dei Black Sabbath che uscirà a fine ottobre sempre per My Graveyard, il pezzo sul quale ci siamo cimentati è “Spiral Architect”.
Marco: M’intrometto: decidere a priori cosa si vuol fare, vuol dire porsi dei limiti in partenza ... e la passione non ammette limiti!
Ultimamente hanno destato parecchio scalpore le parole di Geoff Tate che, oltre a definire il rock un genere praticamente morto, ha classificato il nuovo lavoro dei Queensryche (una cocente delusione, peraltro) come un “disco da auricolari", rilevando che oggi è questo il modo in cui si fruisce della musica e affermando che non rimpiange per nulla “i giorni in cui ci si sedeva attorno a un vinile” … Al di là del rispetto che si deve alla sua opinione e al fatto che è giusto abbracciare nuove idee e tecnologie, mi sembra che ci sia un eccessivo orientamento “usa & getta” anche nella musica e che non ci soffermi più ad “ascoltare” davvero un prodotto musicale. Qual è il tuo pensiero in merito?
Andy: Sono d'accordo, ma solo in parte. E' tutta una corsa, la musica è solo un aspetto piccolo di quel che è l'andamento della vita. Siamo sommersi da una superficialità illimitata che opprime chiunque abbia voglia di vivere intensamente, bisogna sforzarsi ed essere molto determinati per sopravvivere a questa che ormai sembra esser diventata la cultura. Non siamo aiutati purtroppo dalle istituzioni e la capacità del singolo di riprendersi i giusti spazi ed i giusti tempi è sempre più messa alla prova. Dobbiamo continuare a combattere, tornando al pensiero del grande Tate, non sono d'accordo con lui ... quello è il pensiero di qualcuno che ha gettato la spugna (non m’interessano i motivi), rassegnato (in quel caso) al nuovo che avanza e che probabilmente ha perso di vista da dove era partito. Per concludere il concetto riassumendo, l'idea non può seguire il trend, l'idea è il trend!
Marco: Meglio essere una minoranza coraggiosa che una silenziosa!
Detto sinceramente, siete soddisfatti di quello che siete riusciti ad ottenere con la band o vi sentite, come dire, un po’ “in debito”? Cosa pensate manchi davvero ai Martiria per ottenere uno “scatto” decisivo?
Andy: Visibilità. Rispondo così netto, perché è stato proprio elemento di confronto con Marco e Rick in questi ultimi tempi, stiamo cercando di porre rimedio a questa mancanza cercando di sfruttare tutte le nostre piccole possibilità, ma sappiamo già che ci accontenteremo di dove riusciremo ad arrivare, per noi è pur sempre un bellissimo gioco!
Marco: Ovviamente sono d'accordo con Andy, tuttavia, quando si fa qualcosa che si ama davvero, viene la voglia di condividerlo con quante più persone possibili e questo non è cosi semplice. Paradossalmente l'era di internet, con le sue infinite possibilità, ti mette in contatto con tutto il mondo ma ti concede solo un istante per presentarti. Comunque, noi non si demorde mai, ci mancherebbe!
Andy, giacché non ami, se non ricordo male, le domande finali a “schema libero”, nel rinnovarvi i perentori complimenti e nel ringraziarvi per il tempo dedicato, ti chiedo di provare a spiegare ai nostri lettori l’essenza dei Martiria, cosa rappresentano per te e magari provare convincerli ad “ascoltare” veramente quello che avete da “dire” (mmm … era meglio “l’argomento a piacere”, forse?) …
Andy: Ach!!! mi hai fatto lo scherzo sull'ultima domanda!!?? Allora innanzi tutto ringrazio te e Metal.it per lo spazio che ci concede e ringraziandoti anche per i complimenti provo a rispondere a quest'ultima domandona. I Martiria sono energia. Fusione di emozioni, intensità di confronti, libertà di espressione, illimitato sfogo per la mente. Non ascoltate un nostro Cd perché figlio di un cliché o di un genere musicale, mettete il Cd nel lettore e fatelo andare, non prima di aver liberato la mente da tutti gli standard possibili ... poi, ... vivetelo. Un grande saluto a tutti quelli che ci supportano costantemente, state sintonizzati, ci sentiamo molto presto! (c) Metal.it
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Time of truth (2008)
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The Age of the Return (2005)
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Davide: Cosa caratterizza esattamente l'epic metal, come distinguerne la particolarità nell'ormai fittissimo sottobosco di sottogeneri dell'heavy metal?
Martiria:Ciao Davide, cominciamo subito col dire che personalmente non mi piacciono le etichette (le trovo limitative) ma ormai sembra quasi che senza non si possa vivere. Cosi, anche con i Martiria ci siamo trovati troppo spesso di fronte alla classica domanda: "Che genere suonate?" ...così ci siamo dovuti adeguare e, collocare anche noi, in una delle tante definizioni di genere musicale.
Tornando alla tua domanda, penso che con Epic Metal si possa distinguere tutto ciò che emozionalmente crea una sensazione di imperiosità e malinconia per qualcosa che c'era (e che non necessariamente non c'è più!).
Più propriamente, ciò che si "racconta" in musica come gesta significative, nelle quali i soggetti, sono destinati a vivere in eterno nelle emozioni e nelle percezioni di chi è all'ascolto.
Davide: Qualunque sia il sottogenere, il metal è anche un modo di vivere, di pensare (born to lose, live to win?), di combattere per vivere, dunque, e vincere. Questo vale anche per voi? Quello dell'heavy metal è ancora uno dei pochi generi musicali che è rimasta anche filosofia di vita e dove conta il gruppo di pari, la comunità di simili, l'appartenenza e la fratellanza in un mondo ormai votato all'intimismo, al solipsismo, all'individualismo?
Martiria:La risposta più banale sarebbe chiedersi: chi non combatte per vivere?
Sicuramente ci rispecchiamo in questo stile di vita ma non ci sentiamo emarginati, anzi...
Non penso sia solo l'heavy metal un veicolo per creare una filosofia di vita dove la comunità ed il gruppo ritrovano i propri valori, questa meta di intenti, penso sia filo conduttore in tutti gli individui dotati di sensibilità e lealtà d'animo.
Davide: Oggi si fa soprattutto sincretismo, crossover, sintesi personali di tutto quel che c'è, libero flusso (anche multimediale) di coscienze e conoscenze attingendo qua e là a tutte le culture musicali planetarie o storiche. Pochi, dunque, mantengono l'adesione pura a un genere musicale preciso, coerente ai suoi canoni e stilemi di origine. Dai vostri profili personali ho letto che tutti voi amate anche (com'è giusto che sia) altri generi, dalla disco degli Earth Wind & Fire al progressive dei Genesis, dall'AOR - Adult Oriented Rock - a Gino Vannelli etc.). Voi stessi avete suonate anche cose diverse, dal doom metal al progressive etc… Vi soddisfa restare incanalati in un solo genere (anzi, in questo caso sottogenere dell'heavy metal) o sentite di avere lasciato qualcosa fuori di musicalmente inespresso pur di mantenere coerenza con il progetto? Benché, invero, già nei Warlord (cui vi ispirate) il repertorio era in fondo molto più vario ed eterogeneo rispetto alle power metal bands dell'epoca, influenzato perfino dal prog-rock, ed anche nel vostro disco non mancano introduzioni e inserti di sapore celtico, note di fisarmonica, di malinconica chitarra classica e medievaleggiante, momenti quasi à la Blackmore's night… Ma anche questo in fondo fa parte dell'epic metal…
Martiria: Beh! in questa domanda sono più che mai parte in causa.
Premetto che le composizioni dei brani di "The Eternal Soul" sono scritte tutte dalle mie mani, coadiuvate dalla mia testa.
Ammetto sinceramente di far parte anche io della schiera di musicisti "pluri-genere" (precisando però che sono cresciuto col metal), ma vivo la cosa in modo molto positivo. E' fondamentale per me ascoltare, e se possibile, attingere da tutte le forme d'arte che ci circondano (in primis quelle musicali), basta però che il tutto, si concretizzi in quelle che sono le peculiarità personali.....di conseguenza mi trovo, ad amare la complessa musicalità degli EWF, l'immediatezza dei Queen, le atmosfere dei Pink Floyd, l'onnipotenza dei Manowar fino alla magniloquenza dell'opera ( su tutti Verdi e Puccini). Nello stesso tempo, rimango affascinato di fronte ad una dolce melodia celtica ed elettrizzato ascoltando una ritmica dirompente dei vecchi Metal Church.
Nel progetto Martiria credo che tutti questi aspetti siano presenti non perché "pensati", ma semplicemente, perché parte di ciò che siamo e di quel che vogliamo comunicare ed in questo l'apporto di Maurizio e Derek sono fondamentali.
Ci conosciamo ormai da diversi anni e da circa 10 suoniamo insieme in varie situazioni e quel che più importa nella nostra fusione musicale non è tanto il background individuale di musicista ma il fatto che siamo prima di tutto amici, con personalità assolutamente compatibili e questo è l'unico vero collante, il resto è lasciato all'interpretazione del musicista.
Davide: Il disco è suonato molto bene, fin dalle prime note si sente di avere a che fare con una band capace, con musicisti d'esperienza e tecnica. Poi arriva la bella voce chiara, dotata ed esperta dell'americano Rick Anderson, già dei Warlord (quindi tra i fautori storici dell'epic metal)… Ed è anche subito chiaro che se dall'Ohio Rick "Damien King III" Anderson ha aderito al progetto dei romani Martiria, beh, ci attendono 52 minuti di vera musica. Com'è avvenuto l'incontro, come è stato lavorare con lui, cosa ha significato (nel senso che, credo, già solo per la sua presenza questo disco dovrebbe entrare di diritto nella storia dell'epic metal)?
Martiria: Ti ringrazio innanzi tutto per le belle parole. L'incontro con Rick è avvenuto grazie all'intervento di Bill Tsamis , che ho contattato nel momento in cui Dario (cantante) non ha potuto più seguire il progetto. Ho chiesto a Bill se poteva mettermi in contatto con uno dei cantanti che avevano fatto parte dei Warlord in passato. Da lì , la conoscenza di Rick.
Devo assolutamente spendere più di una parola di elogio per Rick, innanzi tutto sotto il profilo umano, una persona disponibilissima ed umile che ha dato alla musica dei Martiria quello che la musica stessa esigeva.
Rick è veramente un professionista, puntuale ed efficente. Quel che ci ha colpito di più, è stata la personalità con cui ha interpretato i brani, sembrava quasi una cosa provata e riprovata ed invece posso assicurare che ha lavorato sulle linee di cantato che gli avevo mandato solo per una dozzina di giorni.
Apportando un' intensità incredibile ed una interpretazione ispirata dal cuore.
Non potremo mai smettere di dirgli grazie, e lui lo sà!
Non è in dubbio che la sua presenza rende il tutto di altro livello.
Davide: I testi, di Marco Roberto Capelli, hanno un loro spessore, non parlano solo di elfi e di goblin, di maghi e di streghe ecc. solo per il gusto fine a se stesso tipico di certo epic-fantasy metal. Traggono sì spunto dalla mitologia, dall'epica anglo-sassone, celtica, ma anche egizia, romana, assiro-babilonese… Toth, dio egizio contatore del tempo, Avalon e le leggende arturiane, l'incantatrice Morgan Le Fey, amante e allieva di Merlino, Merlino stesso e la foresta di Broceliande in Bretagna, dove si dice esista ancora la sua tomba, Babilonia che brucia, guerre tra legioni di antichi romani contro orde di celti, tutte cose avvolte ormai nella notte dei tempi o nel mistero di sempre… Ma tuttavia diventano ambientazioni per veicolare anche messaggi, diciamo, moderni. Quali, in particolare, vi preme di comunicare, o ritenete più importanti riassumere nella vostra "poetica"?
Martiria: Premetto che Marco è riuscito in un' impresa a dir poco incredibile, nella quale solo un folle con la sua pazienza e PASSIONE poteva riuscire, creando testi da vaghe indicazioni metriche talvolta è stato per me fonte di energia per andare avanti con più determinazione.
Comunque, per quanto mi riguarda posso solo dire che mi sono limitato a suggerirgli approssimative ambientazioni dell 'album e gli stati d' animo che volevo rappresentare di brano in brano...e lui ha creato....a te Marco....
Marco: Lavorare con Andrea è stato per me una sfida continua. Si trattava di fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, cioè scrivere il testo per una canzone, e per di più in una lingua che, per quanto possa conoscere bene, non è la mia! E, per essere sinceri, è stato probabilmente questo l'aspetto che più mi ha stimolato: la sfida.
Per quanto la mia esperienza sia limitata, credo che il nostro metodo di lavoro sia stato completamente inusuale. Andrea mi passava, di volta in volta, la struttura metrica del brano ed una indicazione su quelli che erano "i temi" del pezzo. Mi diceva cose tipo: "Okay, questo è un pezzo veloce, aggressivo, epico" oppure "Parliamo di un brano potente, corale, adatto alla rappresentazione di una battaglia". Ed io scrivevo il testo senza aver sentito la musica. E, forse, proprio per questo i testi si sposano così bene con la melodia (perché si sposano bene con la melodia, giusto?), perché non c'è stato il doppio passaggio tra la mia sensibilità musicale e quella del compositore. C'era invece uno spunto, un'idea unica, sulla quale venivano costruiti musica e testo quasi contemporaneamente.
E quando finalmente ascoltavo la canzone dicevo: "Sì! E' così che me l'ero immaginata!".
Davide: Una domanda per Marco. Come hai lavorato ai testi dei Martiria? In questo progetto, pur se membro ti senti come uno dei componenti della band, anche se in veste soltanto di paroliere e poeta, un po' come Pete Sinfield lo era alla corte dei King Crimson?
Marco: Mah, se ti dico che Andrea ed io non ci siamo mai parlati, ci credi?
Voglio dire, ci siamo conosciuti via e-mail e via e-mail abbiamo gestito tutta la nostra collaborazione!
Però, canzone dopo canzone, mi sono sentito sempre più coinvolto nel progetto e quando, finalmente, ho avuto tra le mani una copia del CD mi sono sentito orgoglioso come un neo-padre in visita alla nursery. Adesso muoio dalla voglia di sentirli suonare dal vivo per poter dire "Ehi, quelle parole, le ho scritte io!". E se non mi fanno salire sul palco, giuro che mi offendo!
Volendo, potrei pure dare una mano con le luci...
Davide: Due parole sulla distribuzione e promozione del disco… Dove e quando vi si potrà per altro vedere in concerto?
Martiria: Comiciamo col dire che "The Eternal Soul" uscirà per la Hellion Records sotto la supervisione di Moisés Della Monica. Sarà distribuito inizialmente in Sud America, Italia, Germania, Giappone e USA.
Per quel che riguarda il discorso live, la cosa è più complessa. Il tutto dovuto principalmente alla distanza che separa noi da Rick, conseguentemente stiamo cercando di trovare delle situazioni di mini tour, partecipazioni come guests, ecc., impegni che giustificherebbero per la produzione lo sforzo organizzativo per metterci insieme su un palco. Per ora posso solamente dire che è prevista una promozione per l 'album.
Davide: Come sempre da un'intervista, si spera magari in una domanda particolare, su qualcosa che sta a cuore, e poi finisce che non arriva. A voi dunque l'ultima parola.
Martiria: Solo per ringraziare tutte le persone che ci sono state vicine in questo ultimo periodo,e per salutare tutti coloro che come band ci supportano. Come direbbe il grande Joey DeMaio : Hail !!! (c) Davide Riccio
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